L’estetica nei loghi come nel marketing non è tutto e in molti casi può non essere neppure sufficiente. Soprattutto se più che di loghi parliamo di stemmi calcistici.

Perchè? Perchè il mondo del calcio in particolar modo ha un target di riferimento con delle caratteristiche specifiche che vanno tenute in considerazione per evitare vere e proprie rivolte.

Ci tengo a ribadire l’importanza del target perchè nel disegno di un logo e nel marketing in generale fa tutta la differenza del mondo e può capitare spesso di dover sacrificare qualcosa dell’equilibrio estetico del disegno. Non si deve mai tralasciare l’esperienza che il target ha o dovrà avere rispetto al logo/stemma. Molti (ma non tutti!) di questi restyling hanno senso dal punto di vista del “branding” ma al contempo dimostrano un’eccessiva leggerezza nel rapporto con i simboli ritenuti “sacri” per la tifoseria… e i tifosi sono i primi consumatori dei prodotti di merchandising.

E’ il caso recente dell’Atletico di Madrid, dove il restyling dello stemma ha prodotto un risultato migliore in termini di bellezza cromatica ma ha fallito nel rimanere fedele ai simboli “sacri” della squadra e della città.

A sostegno di ciò condivido un pezzo inedito, scritto appositamente per Powerlogo da Fabrizio Pastore, giornalista sportivo (i suoi pezzi sono stati pubblicati dalle testate più autorevoli del settore come il Guerin Sportivo e Il Corriere dello Sport) ed esperto del settore.

Buona lettura!

Toglietemi tutto ma non il mio Stemma

La parafrasi di un noto spot di qualche anno fa potrebbe fungere da slogan unico per decine di tifoserie calcistiche, travalicando le rivalità di campo che storicamente le separano.

Se c’è un aspetto che accomuna i supporter di ogni angolo del globo, è l’attaccamento morboso, quasi mistico, alle tradizioni della propria squadra. La data di fondazione del club come Genesi, i colori come bandiera sacra e inviolabile, lo stadio come Tempio, lo stemma come marchio a fuoco di iniziazione al culto. Riti che si perpetuano a qualsiasi latitudine nella più laica e al tempo stesso inviolabile delle religioni.
Così non stupisce che l’ultimo caso in ordine di tempo del restyling di un logo, quello dell’Atletico de Madrid, abbia creato una vera e propria rivolta popolare nella capitale spagnola. La società – con la cessione di una significativa quota di partecipazione a una multinazionale cinese, la Wanda Group – ha ufficializzato il passaggio fin dal prossimo anno in un nuovo stadio, che sostituirà lo storico Vicente Caldéron, intitolato all’amato presidente del periodo 1964/1987.

Il nome dell’impianto, Wanda Metropolitano, fin troppo evocativo di quello dell’azionista asiatico, ha già aperto una crepa fra i tifosi colchoneros, che hanno sonoramente bocciato la nuova intitolazione in un sondaggio indetto dal giornale As. 
Ma è stato il contemporaneo annuncio del logo rinnovato a mandarli su tutte le furie.

Privo delle originarie bordature dorate, con l’orsa – simbolo della città – più stilizzata, l’albero appena visibile in alto e i colori ridotti a un monocromatico blu (più) scuro. Cambierà anche la forma dello scudo, mentre resteranno sostanzialmente invariate le strisce biancorosse e le stelle bianche. Un’ansia di rinnovamento vissuta come un vero e proprio affronto dagli atletisti doc.
Eppure non è l’unica tifoseria in subbuglio per i restyling grafici, quella di Madrid (sponda Atletico of course, ai “cugini” del Real basta il prefisso legato alla Corona e a una storia di trionfi per essere riconoscibili nel mondo). Tutte o quasi le metropoli europee hanno le loro “guerre fredde” sul rispetto delle tradizioni, tra presidenze (per lo più riconducibili a proprietà straniere, arabe, americane o cinesi) e basi.
A Londra Nord, la dirigenza dell’Arsenal è stata attaccata per aver trasformato l’antico stemma raffigurante cannone, corona e pergamena in bianco-rosso-verde-oro (7), con tanto di motto latino, in quello che è stato sprezzantemente definito un “cartoon”(8). Semplificato secondo i dettami moderni, ridotto all’essenziale biancorosso delle maglie, col cannone rivolto a Est anziché a Ovest.

Poco distante, nell’East Stand, sono stati i tifosi del West Ham a gradire poco (eufemismo) la stilizzazione dei martelli incrociati e la sparizione del Boylen Castle, sostituito da una più generica ma meglio identificabile dicitura London. Qui come a Manchester, sponda City, per (cercare di) placare gli animi è stato promesso un rimborso a chi aveva tatuato su pelle il vecchio simbolo. Inutile aggiungere che in questo caso la manovra di rimedio ha ulteriormente indispettito i puristi.
Ma i tentativi di semplificazione grafica e nominale non sono un’esclusiva della patria del football. L’imperativo dettato dal marketing contemporaneo ha un obiettivo preciso: l’accostamento a un “prodotto” più conosciuto di una squadra di calcio, soprattutto se ancorata al proprio territorio di riferimento ma poco affermata nel resto del pianeta. Perciò se in tutto il mondo FCB su campo blaugrana sarà sempre e comunque riconducibile al Futbol Club Barcelona, in Francia gli sceicchi che hanno rilevato il Paris Saint Germain, club relativamente recente e con poche vittorie alle spalle, nella rivisitazione dello stemma hanno posto in primo piano la parola Paris, relegando sullo sfondo il nome del quartiere di appartenenza.

E perfino da noi il meccanismo è lo stesso: la Roma di proprietà americana ha semplificato graficamente la lupa capitolina, eliminando dalla base l’acronimo ASR, sostituito dal più internazionale dei nomi. Quello della Città Eterna. Scelta mai gradita da buona parte della tifoseria, che continua a esporre sui propri vessilli il simbolo tradizionale, contestando a oltranza, anche fuori dallo stadio, la scelta di rinnovamento.

Di contro la Juventus ha completamente eliminato la zebra dal logo, assumendo al suo posto il toro, proprio non soltanto della città, ma addirittura degli avversari storici del Torino. Se non sono state segnalate grandi proteste per questa ragione “provocatoria”; o per la scelta determinata dalla volontà degli Agnelli, indiscussi padroni del capoluogo piemontese oltre che ovviamente del club, non è dato sapere.
D’altra parte ogni regola ha la sua eccezione.

Fabrizio Pastore, giornalista sportivo.

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